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Territori e comunità locali. Ma anche stranieri in transito, o in cerca di asilo.
Il paesaggio non esiste senza sguardi che lo pensino. Un paesaggio è crocevia di visioni e ricordi,
sentimenti e risentimenti, fantasie, esperienze, agnizioni. Racconti, soprattutto. Storie e memorie del
genius loci, cronache e tradizioni che una comunità narra di sé. A se stessa. Ma anche le testimonianze
di chi quei luoghi ha percorso di passaggio, come straniero, lasciandone una traccia creativa: città dipinte
in affresco, set cinematografici, appunti sparsi, relazioni di viaggio, poesie, diari, “quinte” di romanzo.
È forse proprio al crocevia di questi due punti di vista (quello interno, delle comunità e quello esterno,
dei viaggiatori) che un paesaggio sorge come identità. Storie e luoghi come patrimoni identitari.
La Tuscia, per varietà e ricchezza di paesaggi, è territorio di per sé refrattario a
sforzi di definizione unitaria e univoca: gli Etruschi, il Medioevo, il pittoresco storico-naturale, la
dominante agraria, solo per dirne alcuni.
Ma troppe icone, a ben guardare, nessuna icona. Col rischio che proprio in quest’epoca di accelerazioni
globalizzanti i fondamenti identitari possano indebolirsi, impoverendosene la qualità stessa della vita
nelle comunità locali.
D’altro canto, proprio tale perdurante deficit di riconoscibilità culturale dall’esterno (anche in senso
mediatico e turistico) può indurre sulla lunga durata effetti negativi per le comunità locali sotto il
profilo socio-culturale ed economico.
Particolarmente alla vigilia di trasformazioni territoriali cariche di potenzialità ma anche di pericoli
come quelle annunciate dalla realizzazione dell’aeroporto di Viterbo, città capoluogo.
Il progetto “Banca del Racconto” (da qui in poi: BdR) lavora sulle identità del nostro
territorio e dei suoi paesaggi a partire dai suoi patrimoni narrativi.
Secondo lo spirito del pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi, gli operatori della BdR lavorano per
“creare valore” nei luoghi d’intervento: l’obiettivo è restituire alle comunità interessate i patrimoni narrativi
raccolti con l’interesse di un buon tasso di sociabilità dei saperi. Vediamo in che senso.
L’idea è semplice: attraverso una prima fase di
dialogo con agenzie e soggetti di mediazione culturale attivi
nelle comunità dove la BdR intende aprire un proprio sportello (musei e biblioteche, scuole e centri per anziani,
associazioni culturali e di promozione delle tradizioni e dell’immagine turistica locale), gli operatori identificano
uno o più “focolari” narrativi di rilievo rispetto all’identità comunitaria.
Può trattarsi di singoli individui di spicco o di piccoli gruppi; di ambienti domestici o di lavoro; di luoghi reali,
anche monumentali, o semplicemente legati all’immaginario paesano; di realtà pertinenti al singolo campanile
o trasversali a più comunità vicine e affini.
Particolare attenzione gli operatori della BdR pongono nella scelta di luoghi e narrazioni che possano contribuire
a creare/ricreare e potenziare il dialogo tra generazioni diverse. Perché la BdR concepisce il passato come enzima
creativo da rivolgere al presente e al futuro delle comunità: le tradizioni, insomma, interessano la BdR nel senso
propriamente etimologico della parola, in quanto veicoli di trasmissione valoriale.
Nella seconda fase gli operatori della BdR si pongono in ascolto: si tratta di
raccogliere racconti con l’ausilio
di adeguata tecnologia video-audio e nel rispetto degli elementari della ricerca sul campo così come definiti
dall’antropologia culturale e dalle altre scienze sociali. D’altro canto però gli operatori della BdR raccontano a
loro volta: essi infatti sottopongono all’attenzione dei narratori locali altre storie riguardanti le loro comunità
(cronache, storie, leggende locali, resoconti di viaggiatori ecc.) e ne discutono insieme.
In una terza fase i racconti raccolti vengono trasformati (quello di
“trasformazione” è un altro concetto-chiave
della pedagogia di Makiguchi).
In questa direzione operatori della BdR e narratori locali contrattano e definiscono le forme di una restituzione
narrativa alle comunità: potrà trattarsi di un video, di un libro, di conferenze o lezioni-spettacolo, di spettacolo
tout court, di una mostra, di passeggiate-racconto o di vere e proprie visite guidate.
Non ha senso definire a priori le forme della restituzione: esse dipenderanno da particolarità e qualità intrinseche
dei racconti raccolti; dalle caratteristiche umane, psicologiche e culturali dei narratori coinvolti nell’esperimento;
dall’intensità del loro coinvolgimento nel dialogo instaurato con gli operatori della BdR.
La peculiarità del progetto BdR è che i narratori partecipano da protagonisti, sotto la regia degli operatori-tutor,
anche alle fasi di progettazione e di concreta realizzazione della restituzione alle comunità.
Nelle fasi della raccolta e della trasformazione la
“creazione di valore” si manifesta nella qualità e nella continuità del
feedback umano e culturale tra operatori della BdR, narratori e comunità locali.
Nella fase della restituzione, invece, la “creazione di valore” si manifesta a due diversi livelli.
Da una parte, la restituzione in quanto evento pubblico incoraggia processi di ridefinizione
identitaria nelle comunità. Dall’altra, l’evento stesso può trasformarsi nel tempo in consuetudine,
appuntamento, tradizione instauratasi ex-novo e quindi in vera e propria icona identitaria in nuce per
le comunità: riconoscibile dall’esterno, successivamente perfezionabile e spendibile come risorsa/offerta
in direzione di un turismo sostenibile.