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Chissà a che pensa quando si mette in pausa, di profilo, lo sguardo perso
chissà dove, le mani ferme per aria. Quelle mani così belle. Diafane e antiche. Ricominciano a gesticolare.
Sembra vogliano scriverle nell'aria, le sue storie. Balilla a scuola, biscino a dodici anni. L'orribile
spettacolo della guerra: una carlinga sconquassata a terra, brandelli di carne umana tutt'intorno.
Il sogno di fare l'interprete quando fossero arrivati in Maremma gli Angloamericani. Poi il dopoguerra,
l'antifascismo, l'impegno politico, la lunga esperienza da sindaco. Il sindaco-bracciante. Infine la
pensione.
Proprio "con il pensionamento" Savino Bessi, farnesano, riscopre in sé un'antica vocazione al racconto,
sperimentata fin da bambino ma "cristallizzata" per troppo tempo "sia dal duro lavoro dei campi sia dall'
attività amministrativa": egli prende "i saperi" che aveva "accumulato e diligentemente
riassunto in cinque
grandi agende" e diventa scrittore. "Con tanta passione e foga", quasi volesse recuperare "il tempo perduto":
10 libri in 10 anni. Da La lucciola (uscito nel 1998, dopo non poche difficoltà a trovare un editore) fino a
Le vicende di due fratelli farnesani e dei loro discendenti (2008) e
Il dialetto farnesano nella civiltà contadina che vedrà la luce a breve. Saggi e romanzi. Saggi che in
verità sembrano volersi trasformare in romanzi tout court.
E viceversa. Passato e presente. Il campanile e il mondo. E prendendo spunto all'ombra
del suo campanile, sulla base della sua diretta esperienza di vita, Savino si mette in testa di rievocare il
tormentato "secolo breve": dall'emigrazione contadina verso le Americhe alla dittatura fascista, dalle guerre
mondiali alle lotte per la terra e a una riforma agraria giunta troppo tardi. Ma anche l'oggi: questi nostri
giorni di omologazione consumista, di fossilizzazione dei dialetti, di nuove migrazioni e nuovi razzismi: "Nei
miei scritti ho messo a confronto il mondo di ieri con quello di oggi, denunciando i mali che affliggono
l'umanità e lanciando un forte messaggio affinché si cambi rotta prima che sia troppo tardi2.
L'istanza morale che muove la sua scrittura. La passione e la severità etica del suo dettato.
Il puntiglio della sua aggettivazione. I “singhiozzi” della sua sintassi. E, perché no?,
la sua stessa “fantastica ortografia” (così la chiamerebbe, senz'altro, Benedetto Croce):
tutto ci spinge a rubricare Savino Bessi come una speciale reincarnazione dell'arcaico e
misconosciuto topos del poeta a braccio, figura centrale invece nella trasmissione e nella
socializzazione dei saperi e dei racconti nel mondo contadino e pastorale di un tempo.
Se glielo suggerite, lui vi risponderà che assolutamente no, che non è vero. I suoi saggi-romanzi
gli sembrano tutt'altra storia rispetto alla poesia estemporanea . Ma le strofe rimate secondo lo
schema ariostesco, che a mo' di riassuntino boccaccesco aprono tutti i capitoli de La lucciola 2,
dimostrano da quali nobili e intricati rami discenda la sua vis narrativa. Aedo venuto al mondo fuori
tempo massimo, in un certo senso Savino ha però anche ragione. Lo scarto vero e proprio della sua arte
sta nelle cose che racconta solo quando il registratore è ormai spento: i segreti dell'artigiano al
lavoro nella sua officina di scrittura. La consapevolezza che scrivere è dono ma anche lavoro e missione.
Ed è con questa consapevolezza che Savino Bessi consegna a Farnese il dono più bello: l'autobiografia
comunitaria, rigorosa e appassionata, del suo amato paese.