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Chiede scusa per la bocca impastata, non ha più denti. Ma intanto sciorina come acqua fresca
i versi di Ugolino che rode il cranio all'arcivescovo Ruggieri.
Reclama la perduta gioventù. Quando si sentiva addosso la forza di un leone. Ma sta narrando l'occupazione del Centro
Sociale Autogestito... era il Novantatré... a quasi settant'anni!
Poi ti ammonisce: certo che morire si muore tutti... però... però... e leva alto il suo "però campamo!", l'inno più
dolce e indifeso alla bellezza della vita.
Si sente l'ultimo dei Mohicani, Alfio Pannega, mentre racconta di quando si sveglia... ogni mattina... accende la luce da capo
al letto... guarda l'ora... “le quattro”... e tu pensi che ora salta su, da un momento all'altro, col vigore di Chingachgook...
e invece... sistema il cuscino, si volta di là... dorme fino alle otto...
Perle di saggezza popolare. Motti di spirito mordace. Disincanto.
Umanità sincera. L’abbiamo sorpreso intanto che versava nei barattoli il finocchio raccolto a Castel d’Asso.
Non ha saputo dirci no. É un sogno che culla dentro da troppo tempo: "Se famo un libro io so’
contento, porca miseriaccia cane!"
Siede. Poggia il mento sul bastone. Socchiude gli occhi. A tratti sembra da un’altra parte. E invece. Quel suo sorriso affilato, sornione,
trabocca di carisma. Ti chiama per nome. Racconta.
Uno scrigno. Tesori incalcolabili. Sotto i tuoi occhi sfilano storie, mestieri, cose, luoghi, sa¬peri, parole di una Viterbo (di un mondo)
che non c’è più. Lunghi quanto il secolo appena trascorso: il secolo breve. E travagliato.
Così come travagliata è stata la sua vita.
L’adorata mamma Giovanna, innanzitutto. La proverbiale Caterinaccia, icona condivisa e indiscussa, per narrazioni e nostalgie, della Viterbo
d’anteguerra. Una città paesana, dialettale, popolare.
Vivere in una grotte etrusca. La fame. I mille mestieri. Quel carretto del cartone che tutti riconoscevamo al volo, nella Viterbo anni Settanta:
Alfiere dignitoso di una povertà ancestrale nei giorni della nuova
Recessione (Pier Paolo Pasolini, ricordi?).
E poi, l’ardente sua passion predominante: i libri, tutto ciò che è cultura, dalla botanica all’astro¬nomia alla storia alla mitologia. I versi,
soprattutto: da quelli, altissimi, di padre Dante agli umili e incantati versicoli delle sue poesie. L’incontro con i poeti a braccio tolfetani,
all’osteria, nei giorni di fiera. La tentazione del canto improvvisato. Eccetera.
È veramente l’ultimo, Alfio. Isola sopravvissuta al cataclisma di un continente sprofondato.
Giammai macchietta, però. Testimone piuttosto, nel senso che voleva Primo Levi. Perché nelle sue storie c’è anche il senso di una rivendicazione: la tempra
antifascista, la curiosità e l’entusiasmo dei giorni dell’occupazione di Valle Faul, l’amicizia fraterna con Peppe Sini, la te¬nerezza di padre per Luciano
Bernabei. La sua improbabile candidatura a sindaco, invocata dai giovani amici del CSOA che lo condussero trionfalmente (in carriola, gioiosa giovanile gojjerìa)
per le vie della città... qualche Santa Rosa fa...
Alfio Pannega primo cittadino di una Viterbo che non c’è ancora. Della città più bella e umana che tutti, insieme con lui,
ci ostiniamo a desiderare.