![]() |
Nata alla fine degli anni Novanta in stretta collaborazione con l'artista Ireneo Melaragni1, la passeggiata-racconto
è una forma di teatro-lettura-narrazione itinerante in compagnia dei grandi autori e viaggiatori del passato
(da Petrarca a Calvino, da Stevenson a Boccaccio) nonché delle più belle pagine degli storici e dei cronisti
delle comunità locali.
Fortemente legata al concetto di «aura del luogo», la passeggiata-racconto tenta di evocare il genius loci di un
territorio, l'identità di un campanile. La passeggiata-racconto è insomma un coinvolgente esempio di animazione
culturale e di pedagogia popolare e, al tempo stesso, formula d'avanguardia per un turismo a misura d'uomo.
Le prime testimonianze di interesse archeologico per il territorio di Bomarzo si trovano
nelle opere di Annio da Viterbo (1432-1502).
Secondo il domenicano viterbese, padre di tutte le storiografie "localiste" e maestro insuperato
nelle fantasiose arti dell'apocrifo letterario e della paraetimologia, i toponimi "Piammiano" e "Mugnano"
deriverebbero da una città antica (Meonia), fondata a seguito di un'antichissima migrazione:
quella del popolo dei Meoni, giunti nel cuore dell'Alto Lazio nientedimeno che dalla remota Lidia.
In realtà, la geografia antica messa in scena da Annio è nient'altro che una macchina mirifica per
l'allestimento di nuovi racconti e mitografie: essa obbedisce a una precisa strategia retorica e
va interpretata nel contesto del dibattito teologico del tempo.
Ma proprio tale coincidenza sembra maliziosamente sollecitarci a una più attenta considerazione
delle inedite potenzialità insite nell'approccio narrativo al territorio/paesaggio così come
andiamo prefigurando.
Muse, dell'alto Olimpo abitatrici,
Or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive,
Riguardate le cose e le sapete;
A noi nessuna è conta, e ne susurra
Di fuggitiva fama un'aura appena);
Dite voi degli Achivi i condottieri.
Della turba infinita io né parole
Farò né nome; ché bastanti a questo
Non dieci lingue mi sarian, né dieci
Bocche, né voce pur di ferreo petto.
Di tutta l'oste ad Ilio navigata
Divisar la memoria altri non puote,
che l'alme figlie dell'Egioco Giove.
(Omero, Iliade II) (Nota1)
[...]
Non sono autorizzato a sapere la nuova
Italia che è nata come se dieci anni
fossero un anno solo: lei già
nel '64, io nel '54 [...]
Ché
io, del Nuovo
Corso della Storia
– di cui non so nulla – come
un non addetto ai lavori, un
ritardatario lasciato fuori per sempre –
una cosa sola comprendo: che sta per morire
l'idea dell'uomo che compare nei grandi mattini
dell'Italia, o dell'India, assorto a un suo piccolo lavoro,
con un piccolo bue, o un cavallo innamorato di lui, a un piccolo
recinto, in un piccolo campo, perso nell'infinità di un greto o una valle,
a seminare, o arare, o cogliere nel brolo vicino alla casa
o alla capanna, i piccoli pomi rossi della stagione
tra il verde delle foglie fatto ormai ruggine,
in pace... L'idea dell'uomo... che in Friuli...
o ai Tropici... vecchio o ragazzo, obbedisce
a chi gli dice di rifare gli stessi gesti
nell'infinita prigione di grano o d'ulivi,
sotto il sole impuro, o divinamente vergine,
a ripetere a uno a uno gli atti del padre,
anzi, a ricreare il padre in terra,
in silenzio, o con un riso di timido
scetticismo o rinuncia a chi lo tenti,
perché nel suo cuore non c'è posto
per altro sentimento
che la Religione.
(Pier Paolo Pasolini, Nuova poesia in forma di rosa)(Nota2)
Un territorio è brusio vitale.
Energia. Processo. Sedimento. Interminata trasformazione.
Trasformazione biologica, ergologica, colturale-culturale.
Impasto multi-forme e multi-verso di tracce/indizi nello spazio-tempo del Luogo.
Formicolio/palinsesto di voci indistinte e compresenti.
Malinconica eco di chi sia già uscito dal teatro della vita, apponendovi un proprio segno, una qualche
manomissione creativa, graffiandovi una propria parola-fossile.
Ma anche epifania divinatoria di chi invece a questo teatro non si è affacciato ancora
(ma lo farà, prima o poi, perché destinato a ereditarlo, a prenderlo in consegna per ritrasmetterlo
a sua volta).
Un paesaggio è dunque: ascolto di un territorio, della sua inesauribile energia segnica.
La “turba infinita” dei guerrieri sta dunque ai “condottieri” achei come il territorio-vita ai
suoi infiniti-possibili paesaggi.
L'Aedo omerico sta alla Musa invece, come un ricercatore al "suo" Parco.
Il ricercatore non potrà mai dispiegare, tutto insieme, il territorio-tutto del "suo" Parco, poiché "bastanti a
questo/ Non dieci lingue mi sarian, né dieci/ Bocche, né voce pur di ferreo petto".
Il ricercatore deve affidarsi alla "sua" Musa.
La sua Musa è l'ascolto.
La Musa detterà il racconto.
Il ricercatore deve sapersi trasformare in cercatore di racconti.
In ascoltatore.
In narratore a sua volta.
Narrare storie di vita e di lavoro. Cronache locali, leggende popolari, aneddoti e blasoni.
Fantasie collettive. In un teatro di boschi, ipogei, torri, castelli, villaggi, edifici,
necropoli, chiese, pitture, campi e orti coltivati eccetera. Eccetera.
In un teatro di "casoli".
Il passato e il presente. Il passato è presente.
Tradizioni locali (racconti autoctoni come autorappresentazioni identitarie).
Sguardi di viaggiatori (resoconti odeporici come sguardi "altri").
Il cercatore di racconti deve saper restituire l'ascolto del brusio territoriale alla
comunità locale e al più vasto mondo.
Il cercatore di racconti deve saper ricomporre le voci del territorio in forme trasformate,
in forme-paesaggi: libri, mostre, spettacoli eccetera. Eccetera.
Ma soprattutto attraverso la forma-principe capace di evocare il Genius Loci: la passeggiata-racconto.(Nota3)
Una poesia in forma di rosa. Una denuncia in forma di racconto.
In Nuova poesia in forma di rosa Pasolini ci insegna che anche un territorio può morire. Nel segno
di un “progresso come falso progresso”.
Egli vaticina con tempestività le velenose derive antropologiche indotte dall'accelerazione
neocapitalista che al principio degli anni '60 disidratò la fertile, sottile pellicola paesistica
del territorio italiano.
Con il “Nuovo Corso della Storia” (“la nuova/ Italia che è nata come se dieci anni/ fossero un anno solo”)
principiava a morire infatti quella tradizione che per migliaia di pazienti anni era andata scrivendo i
paesaggi dell'ecumene.
E, con essa, principiava a morire l'idea stessa “dell'uomo che compare nei grandi mattini/ dell'Italia”:
la tradizione-natura che spinse infinite generazioni di giovani a domare corsi d'acqua, a scavare rocce,
ad arare terre, a “rifare gli stessi gesti” dei padri “nell'infinita prigione di grano o d'ulivi”.
Pasolini compone Nuova poesia in forma di rosa il 3 settembre del '63. Pochi mesi dopo, è il marzo del
'64, girando nella Tuscia alcune scene per il Vangelo secondo Matteo, incontra la Torre di Chia, il
“paesaggio più bello del mondo”. Se ne innamora. Desidera comprarla. Andarci a vivere. Scende a giocare
al campo di pallone di Bomarzo.
Il poeta friulano ci insegna che anche un paesaggio può essere salvato.
Ci insegna che il racconto è l'antidoto.
E a proposito di Bomarzo: una clausola, brevissima, su narrazioni e fondazioni di identità locali.
Poche righe appena...
Varrà la pena ricordare che le prime testimonianze di interesse archeologico per il territorio di
Bomarzo si trovano nelle opere di Annio da Viterbo (1432-1502). Secondo il domenicano viterbese,
padre di tutte le storiografie “localiste” e maestro insuperato nelle fantasiose arti dell'apocrifo
letterario e della paraetimologia, i toponimi “Piammiano” e “Mugnano” deriverebbero da una città antica
(Meonia), fondata a seguito di un'antichissima migrazione: quella del popolo dei Meoni, giunti nel cuore
dell'Alto Lazio nientedimeno che dalla remota Lidia. In realtà, la geografia antica messa in scena da
Annio è nient'altro che una macchina mirifica per l'allestimento di nuovi racconti e mitografie: essa
obbedisce a una precisa strategia retorica e va interpretata nel contesto del dibattito teologico del
tempo. Ma proprio tale coincidenza sembra maliziosamente sollecitarci a una più attenta considerazione
delle inedite potenzialità insite nell'approccio narrativo al territorio/paesaggio così come andiamo
prefigurando.
NOTA 1: Dalla traduzione di Vincenzo Monti, vv. 631-643.
NOTA 2: In Poesia in forma di Rosa, 1961-64.
NOTA 3: Si tratta di una forma di teatro-narrazione itinerante che, in compagnia dei grandi autori e viaggiatori
del passato ma anche delle più belle pagine degli storici e dei cronisti di una comunità locale, rievoca
il Genius Loci di un territorio, l'identità di un campanile. Coinvolgente esempio di animazione culturale
e pedagogia popolare e, al tempo stesso, formula d'avanguardia per un turismo a misura d'uomo. Si tratta
in sostanza di interventi performativi en plein air particolarmente legati al concetto di “aura del luogo”.
"Pensare alla difesa del paesaggio esclusivamente come creazione di zone particolarmente protette,
istituendo settori a tenuta stagna, circondati da recinti, significherebbe infierire su un territorio
già ripetutamente tagliato in frammenti incomunicabili, sempre più ristretti, da confini addirittura letali..."
(da Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio). Lo storico e critico dell'arte Eugenio Battisti ci offre
una lezione importante da cui partire per affrontare temi come la conservazione e la valorizzazione di un territorio.
Il paesaggio non esiste. Non esiste senza la sua comunità. Basta osservare con attenzione che cosa custodiscono gli
ontani, i pioppi e i salici lungo le sponde del fiume; le roverelle, i carpini e i noccioli lungo i costoni tufacei;
i lecci, le filliree e i corbezzoli in cima alle rupi: canali, cunicoli, chiuse, mole, centrali idroelettriche,
caverne, ripari falischi, tombe, necropoli, chiese, castelli e storie. Parole. Imparare ad ascoltare è la prima
responsabilità della comunità di Corchiano, è indispensabile capire la funzione pedagogica che un area protetta
può svolgere per l'identità paesana. In compagnia di Calvino, Petrarca, Stevenson, Boccaccio, Lawrence e molti
altri, una "allegra brigata" di curiosi, appassionati peripatetici percorre la Forra del Rio Fratta.
Le passeggiate-racconto sbarcano anche a Corchiano.
Questa potrebbe essere oggi la vocazione pedagogica delle rovine.
(Augé, 2004)
Gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano
per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina,
abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata.
(Calvino, Città invisibili)
Io non faccio che copiare gli appunti del mio taccuino, i quali non sono che le osservazioni fatte sul luogo mano
a mano che veniva discoprendo qualche cosa di nuovo.
(lettera di Pasqui a Francesco Gamurrini, 26 novembre 1882)
Siamo a Zaira, città dagli alti bastioni. Una fra le più belle Citta invisibili di Italo Calvino.
Tanto bella da non potersi raccontare. Città della memoria.
Una città, spiega Calvino, non racconta la propria storia. Essa la porta scritta nei suoi luoghi,
come le linee che solcano il palmo di una mano.
I suoi panorami, gli scorci di vie e piazze, i ritratti della sua gente, i dettagli dei suoi edifici
e monumenti: sono nient'altro che “porte”. Porte del tempo.
Al tramonto del secolo XIX, dopo un silenzio lungo secoli, scrittori e viaggiatori tornarono a evocare
l'idea del Genius Loci . Lo sfregarono dalla lampada magica della Storia: esso rivelò al mondo che ormai,
per noi uomini moderni (cittadini troppo spesso inconsapevoli, turisti troppo spesso frettolosi), non c'è
più viaggio nello spazio che non sia anche, e soprattutto, un viaggio nel tempo.
Siamo a Zaira, ma potremmo essere ovunque. A Viterbo, per esempio.
Viterbo. Città di pietra, la chiamerebbe senz'altro Corrado Alvaro. Mentre D'Annunzio la inserirebbe fra le sue
Città del Silenzio. Tra Orvieto e Volterra, tanto per capirci: in rigoroso ordine alfabetico.
Viterbo la città grigia. Impastata dal fuoco d'un vulcano, scolpita dall'acqua dei torrenti. Skyline cavato e tirato
su dai suoi uomini. Leone di peperino. Arca di Storia e di racconti incagliata tra gole e alture assai pittoresche.
Viterbo, città aristocraticamente italiana (parola di Federico Fellini). Antichissima. Nella favola e nella storia. Da
Ercole e Noè al pasticciaccio brutto del Conclave, ai versi di padre Dante.
Come cento altre città della sua stessa specie, Viterbo porta in spalla il fardello di un tempo senza fine. Duemilacinquecento
anni. Dai conci etruschi incassati nel ponte del Duomo a certi dischi dipinti sui palazzi del centro medievale (chi ci fa
più caso, ormai?, sembrano bizzarri divieti di transito per marziani: ma nella straziante primavera del '44 segnalavano
l'ingresso ai rifugi antiaerei).
E poi c'è l'oggi. Quell'oggi così invisibile proprio perché tirannicamente “presente”. Qui e ora. Anch'esso evoca
storie e incanta.
A spasso fra le palme. Attraverso i sentieri della macchia mediterranea. Costeggiare laghetti e
canalette. Varcare l'arioso bosco caducifoglie, varcare l’arboreto. Sbarcare, infine, nel "Deserto"...
Passeggiare in compagnia di padre Dante e di Boccaccio, di banditi medievali e briganti ottocenteschi, di
Michelangelo e di Sebastiano Veneziano, di statuti comunali e leggende medievali...
Qualche suggestione letteraria
I versi di padre Dante. Il Bulicame nella geografia dell'Inferno dantesco. Boccaccio spiega Dante:
cartografie reali, paesaggi di parole e fantasiosi fraintendimenti (peccatrici o pettatrici?). Il
Dittamondo di Fazio degli Uberti.
Bocche d'averno nelle cronache del tempo. Il Bulicame viterbese nell'immaginario medievale: "Nellu 'nfernu v'aspettamo",
segni e figure in forma di demoni. Il Miracolo della Madonna Liberatrice (1320): lezione di anatomia su una leggenda. Le
Grotte del Cataletto: morti, diavoli, fantasmi “sulfurei” nella toponomastica e nell'aneddotica popolare dei contorni
viterbesi.
Ma echi danteschi anche negli steccati e nella misteriosa città sullo sfondo del “paese tenebroso” della Pietà di
Sebastiano del Piombo (più nota come la Pietà di Viterbo). La mano di Michelangelo poi, nel capolavoro di Sebastiano
(la maliziosa insinuazione del Vasari). Michelangelo in sosta a Viterbo: curare il mal della pietra, disegnare le
ruine degli impianti termali romani.
Quei dilavati e graffiati autografi: il Bulicame nei localisti viterbesi dal XV al XVII secolo. Da Annio a "Don
Ferrante". Cosmogonie e trattatelli scientifici sulle virtù "miracolose" dell'acqua "caja".
Bulicame e lavoro. Gli statuti medievali e l'acqua come bene comune e come risorsa ergologica. Le piscine
per la macerazione della canapa (coltivata per orti). Le contadine "pettatrici". Pio II a spasso per la
città del lino (l'azzurro dei suoi fiori). I saperi delle mani: aneddotica, memoria contadina e artigiana. Chi
ha intrecciato i canapi del "cavalcone" nell'Armata Brancaleone di Monicelli.
Il "mare" dei viterbesi: le piscine da luogo di lavoro a "pozze" per lo svago negli anni Cinquanta del XX
secolo. Fettuccine al Bulicame: bagattelle per una storia del picnic e della villeggiatura degli italiani
in canottiera ai tempi del Miracolo economico.
Viterbo città-set nel grande cinema dell'immediato secondo dopoguerra. Othello-Orson Welles strangola
la casta e pura Desdemona nella chiesetta di Santa Maria della Salute: cioè a un tiro di sasso dal
Bordelletto di Valle Piatta, il lupanare chiuso nel 1958 (dalle "femine publiche" di Boccaccio alle
peccatrici dantesche, dal benefattore Mastro Fardo alla Legge Merlin). Viterbo è Cipro, dunque. Una
città di mare (i Vitelloni felliniani)...
Ogni paesaggio è un sogno a occhi aperti, un'invenzione poetica. Di chi ha lo squadernato nella
propria fantasia, di chi lo ha realmente percorso (vissuto o soltanto visitato: non importa). Un
paesaggio è lo sguardo dei pittori che lo dipinsero, degli scrittori che lo raccontarono.
La Selva del Lamone, per esempio, a cavallo tra Maremma e Alto Lazio. Tra Manciano e Farnese. Confine
marcato a secco sulle cartografie d'una Italia burocratica a separare due province e due regioni. Ma
anche limite contraddetto e vanificato da una "fisiologica", antica e resistente continuità di terre
e tradizioni: continuità di tufi, macchie intricate, residui di padule. Di necropoli perdute. Di
città rase al suolo dall'impietosa ferocia papalina.
La Selva paesaggio e personaggio insieme. La Selva teatro etico. La "selva oscura" eletta da Dante
a pietra di paragone del suo Inferno. E quella, anche più oscura, dei leggendari briganti Fioravanti
e Tiburzi: folletti etruschi, che vi consumarono il tempo della loro latitanza e che dalle sue radure
s'affacciarono, patetici e minacciosi, ai margini del nostro Novecento.
La Selva del Lamone. Attraversarla oggi. Tra escursionismo e creatività, tra cultura e turismo. Al
seguito del gruppo di attori dilettanti Volgiti, che fai (studenti di scuola superiore e universitari,
ma anche gente dai mestieri più improbabili: professori e pasticceri, commesse e pensionati, ispettori
di polizia).
La Selva del Lamone. Perdersi nel suo "sassosissimo" labirinto. Accompagnati dallo scrittore Antonello
Ricci. Sorpresi dagli echi di cento voci, dalle terzine di padre Dante alle nenie dei poeti a braccio. E
ritrovarsi in uno spettacolare anfiteatro lavico ad ascoltare il Lamento del brigante, stornellato alla
mietitora dalla viva voce d'un diffidente bandito d'altri tempi.
Sciagure naturali o opera distruttrice dell'uomo. Anche un paesaggio – proprio come un essere vivente
– può morire: una volta che i suoi luoghi siano stati abbandonati dal brusio della vita di ogni giorno,
dal viavai degli uomini, dal loro lavorare, dal loro soffrire e sognare...
Ma viene il giorno in cui, ai piedi del castello, si raduna una "allegra brigata" di curiosi: gente del posto,
anzitutto, mossa da amore per il proprio paese e dal desiderio di riscoprirne le radici; ma anche appassionati
turisti "peripatetici", convenuti da altri luoghi, da altri paesaggi.
Insieme, essi riscoprono vicoli e piazze della Vejano vecchia, del borgo abbandonato, restituendo a
nuova vita, almeno per un giorno, spazi disertati da qualche decennio appena e già dimenticati.
Il Comitato "Salva Foro Cassio" organizza ogni anno la ormai tradizionale giornata dedicata alla tutela
e valorizzazione della chiesa di Santa Maria di Foro Cassio.
Percorriamo e scopriamo insieme parte del tratto della via Francigena sul territorio di Vetralla. Da alcuni
anni a questa parte ci incontriamo in questa giornata per supportare e spingere le Istituzioni a raggiungere
il traguardo del recupero di uno dei beni più preziosi del nostro territorio, la chiesa di Santa Maria di Foro Cassio.
L'itinerario della passeggiata-racconto segue la via Francigena per un tratto di circa due chilometri su strada
asfaltata, proseguendo poi verso l'antica mansio di Foro Cassio lungo la più suggestiva via denominata "della
Veronica" per un chilometro e mezzo circa di strada sterrata. Pranzo al sacco e incontro con le autorità per
chiarimenti e domande. Breve ricostruzione storico-artistica a cura di esperti del Museo della Città e del
Territorio di Vetralla. Rientro a piedi su percorso a piedi di circa due chilometri. Letture itineranti a
cura de La Banda del Racconto.
