La banda del racconto

SOTTOASSEDIO



Viterbo 1921-22


Italia 1921-22. Una delle pagine più tragiche nella storia del nostro Paese. Anni di guerra civile vera e propria. Potremmo essere ovunque. Siamo a Viterbo. Dal coro appassionato del popolo viterbese, uomini e donne anonimi e senza volto, mani di pietra e un cuore da leone, si fanno avanti alcuni personaggi. Un ragazzino diventato uomo in uno scontro di piazza. Un giovane che si congeda dalla vita quasi senza rendersene conto, tradito dagli amici, arrogante e coraggioso fino all’ultimo. Un vecchio condannato per un omicidio mai commesso: come il marinaio di Coleridge, egli è rimasto prigioniero dei propri ricordi, ogni sera va dal prete e gli racconta di quella "ingiustizia subita ai tempi del fascio". Due madri impietrite dal dolore. Ciascuna un figlio ammazzato. La prima, straniera e aristocratica, è annichilita dall’orrore per una violenza tutta "locale", totalmente incomprensibile ai suoi occhi. L’altra invece, testarda popolana vitorbese, nei giorni del dilagante conformismo in camicia nera saprà dare il commovente esempio d’una Resistenza declinata al femminile. Infine, una lapide-simbolo che, divenuta meta di pellegrinaggi politicamente imbarazzanti, sarà rimossa per volere dei gerarchi locali. Difesa da alcune donne viterbesi con le unghie e un disperato orgoglio di classe, tornerà al suo posto nei giorni della Liberazione...
Nato da scrupolose ricerche d’archivio, Sottoassedio porta in scena e indaga sentimenti e risentimenti, affetti ed effetti, odi e rancori di parte accesi e moltiplicati dalla violenza dello squadrismo fascista nella insanguinata stagione che precedette la marcia su Roma e l’avvento del regime. Il testo, di Antonello Ricci, si basa sulla meticolosa ricostruzione e su una interpretazione storiograficamente rigorosa dei cosiddetti "fatti di Viterbo". A partire dal vaglio sincero e spassionato di tutte le fonti disponibili (dagli atti processuali alle carte di polizia, dagli articoli di giornale alle foto d’epoca, dai memoriali scritti alle testimonianze orali) e attraverso la messinscena della sua folla di personaggi “inventati dal vero” Sottoassedio rievoca nel linguaggio del dramma (fatto di parola detta - a volte, perché no?, parola dialettale - ma anche di gesti e silenzi, di rulli di tamburo e versi improvvisati, di canzonette e cori) alcuni gravi episodi di violenza politica accaduti a Viterbo tra la primavera 1921 e l’estate 1922. Nella convinzione che rivivere teatralmente certe vicende o, se si preferisce, certi incubi, come in ogni psicodramma che si rispetti, sia il primo passo necessario per una buona terapia. Ma qui il discorso si farebbe lungo...


Viterbo 1921-22, i fatti

2 maggio 1921. Campagna elettorale per le politiche. A Viterbo, un lacero e scarmigliato Bottai prende parola da un balcone in piazza delle Erbe. O almeno tenta. Perché dabbasso un popolo di mezzadri e cavatori, anarchici e socialisti, repubblicani e comunisti lo fischia, impedendogli di parlare. Lo raggiunge lo scalpellino Duilio Mainella, repubblicano e ardito del popolo, che lo affronta in contraddittorio. Il comizio, in altre parole, appena cominciato è già finito. I pur numerosi fascisti, intervenuti da Roma e dall’Umbria, si arrendono all’evidenza: abbandoneranno la città. Ma non prima di aver dato vita a violenti scontri a piazza della Rocca. Ci scappa il morto. Il giovane Antonio Prosperoni il quale, inerme e incolpevole, rincasava dal lavoro. Viterbo, in lutto, resiste inespugnata. Ma è solo questione di tempo. L’assedio è cominciato.
Il 10 luglio, per l’inaugurazione del gagliardetto del fascio locale, le vie della città sono presidiate da gruppi di fascisti orvietani armati fino ai denti. Ovunque intimidazioni, soprusi, malmenamenti, ferimenti. La popolazione, terrorizzata, si barrica in casa. Qualcuno decide di reagire. Tafferugli isolati. La forza pubblica non brilla per iniziativa. Dalla sua casa nei pressi di via Cairoli, il contadino Tommaso Pesci ode colpi d’arma da fuoco, uno dei figlioletti manca all’appello, decide di affacciarsi per strada. È freddato sull’uscio da un colpo di revolver. Due giorni dopo, è il 12, funerali solenni, con la città in sciopero e in stato d’assedio: esercito alle porte, manipoli di arditi del popolo a guardia delle mura medievali, qualche centinaio di fascisti accampati nell’immediato suburbio. È di passaggio per Viterbo un’Alfa Torpedo su cui viaggia, di ritorno da una gita e diretta a Roma, la signora Lucille Beckett coi suoi 3 figli. Tragico equivoco o macabra provocazione?
L’auto è investita da una gragnola di colpi d’arma da fuoco. Perde la vita il secondogenito della signora Beckett, il quindicenne Jaromir Czernin. Anche stavolta i fascisti non ce l’hanno fatta. Ma l’assedio si stringe.
Passa un anno, uno soltanto. Tutto è cambiato però, quando la sera del nove luglio 1922 tre sicari fascisti uccidono a coltellate sulla pubblica via il venticinquenne Antonio Tavani, ardito del popolo. Tutto è cambiato. Perché ai funerali, pur imponenti per adesione di popolo, saranno di fatto assenti le istituzioni. Perché la città sarà presidiata per giorni da squadre fasciste. Perché l’opinione pubblica negherà il carattere politico dell’omicidio preferendo ascriverlo invece alla categoria dei reati comuni. Ma soprattutto perché i sicari conoscevano bene l’assassinato essendo stati tutti, fino a poche settimane prima, anarchici e arditi del popolo essi stessi. A dimostrazione che il vero assedio si stava consumando altrove. Nella nascosta camera della coscienza. E in tanti avevano già capitolato. Alla violenza dello squadrismo. Al conformismo.


1932



1932. Racconto Metricato


Questa storia comincia con uno schiaffo. C’è una madre impietrita dallo strazio. Si chiama Gemma. Una contadina bella e orgogliosa come il sole, ma non sorride più. Dieci anni prima i fascisti le hanno ucciso il figlio Antonio. Lei dà lo schiaffo. La guancia rossa e le lacrime sono invece dell’altro figlio, il piccolo Valerio. Dieci anni. Dolce poeta di bambino, piccola lenza di proletario. Faceva a botte con un compagno, è rotolato in mezzo agli stivali di un regista. Quello l’ha tirato su, l’ha guardato in faccia, l’ha fatto recitare. Una comparsata, niente più. Che film? Un film di fascisti. Non ti azzardare! Schiaffo. Quel regista è Blasetti, il film è Vecchia guardia.
1932 comincia là dove finiva Sottoassedio. Ma violenza politica ed epica collettiva per una volta restano sullo sfondo. In primo piano ecco invece storie private, emozioni, sentimenti. E una folla di altri personaggi. Edoardo, il fabbro-podista. Nonno Olindo, il cavallaro che canta da poeta. Valentinuccio il gobbo sempliciotto, fascista della prim'ora. Una ragazzina di nome Libertaria. Il popolo di cavatori e scalpellini. Le camicie nere.



LE MANI LO SANNO



Pedagogia delle cose ai tempi del mondo contadino
Vite, voci, racconti di scalpellini e cavatori, sarte e contadini



Le mani lo sanno...
"Lo scalpello deve tagliare la pietra come il fiume consuma i ciottoli" diceva l’anziano scalpellino, soffiando via la polvere di peperino con una cannuccia; quella stessa polvere che lasciava cadere, con gesto liturgico, come "emostatico" sulla ferita inferta alla mia mano da un maldestro colpo di mazzolo. "Non ti preoccupare, è da qui che entra il mestiere!"...
Quello di rubare con gli occhi era l’unico sistema per apprendere l’arte dello scalpello da un maestro taciturno e il più delle volte scorbutico, come può essere un vecchio scalpellino, indurito come la sua pietra, dai calli e dalle fatiche di una vita senza sconti. La gente della pietra è cruda e spigolosa, forte e taciturna, come il masso che attacca col picchio o con lo scalpello. Non conosce le inutili ipocrisie e la cortigianerie. È schietta, asciutta, senza fronzoli ma conosce all’occorrenza la generosità e la tenerezza più insospettabili… basta togliere il soverchio! Quando il ragazzetto dava prova di costanza e di buona predisposizione, senza inutili discorsi introduttivi, il maestro lo accoglieva alla sua scuola, con un rituale silenzioso e incoraggiante. Invece di allontanare il discepolo con qualche scusa, gli dava da reggere qualche attrezzo per permettergli di stare vicino a lui e di apprendere i rudimenti del mestiere.
“Règge ’n pò ’sto regolo che ’ntraguardo sto posamento dell’imoscapolo!” Era fatta! Il discepolo era accettato e d’ora in avanti doveva registrare ogni mossa, ogni gesto del suo vecchio maestro, senza troppo domandare… rubando coll’occhi!



AEROPORTINI DI CARTA



Atterraggi e decolli dalla polla sulfurea più famosa del medioevo


Ehi, pubblico-coro, ti ricordi come si piegavano gli aeroplanini di carta?
E il rombo dei motori con la bocca, com'è che faceva?
Provaci a casa, mi raccomando...
Perché stasera...

La bellezza, il paesaggio, la poesia, il Bulicame contro il mega-aeroporto di Viterbo...

In ordine di racconto:
* L'aereo che veniva da Bangkok
* Il ponte senza il fiume
* Banditi, peccatrici e impenitenti pozzaròli
* Il trisavolo strabico
* Un danno incalcolabile
* Le emorroidi d'un virtuosissimo tenore
* Un paese tenebroso molto (ma molto) lodato
* Dov'era, quel giorno, Maria Liberatrice?
* La tosse di mio figlio
* Cosa?

Pressoché compatta, in questi anni la classe dirigente locale ha provato a rimbambirci con ciò che (forse) dovremmo o potremmo guadagnare con la realizzazione del mega-aeroporto a Viterbo: in termini di sviluppo economico, posti di lavoro, profitto... Ci dispiace, signori, non ci crediamo. Conosciamo troppo bene corsi e ricorsi storici di questo territorio...
Si sono guardati guardati bene invece, i nostri politici, dal raccontarci tutto ciò che certamente perderemo con esso in termini di bellezza del paesaggio, turismo di qualità, qualità della vita e della salute.
Personalmente, ci fidiamo di più dello sguardo disinteressato e demistificante dei poeti: il disprezzo di Leopardi per il "secol superbo e sciocco”; la denuncia pasoliniana del "progresso come falso progresso”; lo sgomento di Andrea Zanzotto per le celebrazioni osannanti del velenoso "progresso scorsoio” che rischia di inghiottirci tutti. Una volta di più sto con loro.
Ci firmiamo
La Banda del Racconto
E vi aspettiamo tutti per un atterraggio di fortuna...




NON E' UN SOGNO QUALUNQUE



Tornare, raccontare, non essere ascoltati
Memoria, scrittura, testimonianza nell'opera di Primo Levi


Un incubo ricorrente e condiviso da molti prigionieri nelle notti del lager: trovarsi di nuovo a casa, raccontare la vita nel campo di sterminio, essere accolti con indifferenza e disattenzione.
Urgenza e maledizione del narrare in Primo Levi: ogni giorno "ad ora incerta", come il vecchio marinaio di Coleridge, il reduce del lager sente un impulso irrefrenabile: esce di casa, ferma uno sconosciuto che incontra, gli racconta la sua esperienza.
Vergogna e senso di colpa nei “salvati”. Scrittura come dovere della testimonianza per conto dei "sommersi".
Non aver mai visto un albero: parola e umanità negate al bambino Hurbinek, nato e morto ad Auschwitz.
Riscattare il lavoro dall'orrenda parodia di Auschwitz (arbeit macht frei: "il lavoro rende liberi"). Amore per il lavoro ben fatto nei personaggi di Primo Levi: da Lorenzo il muratore all'orologiaio Mendel, passando per il montatore specializzato Tino Faussone.
Esser chiari: scrivere come destino e come mestiere, tra scelta etica e pazienza artigiana.




PORGETE ORECCHIO, EGREGI MIEI UDITORI...



Viaggio nel mondo della poesia popolare improvvisata in ottava rima






VITTORIA!



Malinconica e avventurosa vita di Pietro Rossi garibaldino

Progetto a cura di Alfonso Prota, Antonello Ricci
e Cooperativa S.T.A.F.


SPETTACOLO E ALBO A FUMETTI SARANNO PRESENTATI A CELLERE

* 3 AGOSTO, ORE 21:30, MUSEO DEL BRIGANTAGGIO



ALTRI SPETTACOLI ....

* 7 LUGLIO, ORE 19.00, PRESENTAZIONE DELL'ALBO PRESSO "DUE RIGHE BOOK BAR"
* 8 LUGLIO, ORE 21.30, PRIMA ASSOLUTA DELLO SPETTACOLO IN PIAZZA DEL FOSSO


Vittoria! è un omaggio alla misconosciuta figura di Pietro Rossi (Viterbo 1820 – Castel Giorgio, Orvieto 1876), unico viterbese ufficialmente incluso fra i Mille dello sbarco di Marsala.
Lo spettacolo sarà accompagnato da un albo a fumetti con disegni di Alfonso Prota edito per i tipi Davide Ghaleb, che avrà valore di libretto di sala.

Sposato con nove figli, Rossi fu caffettiere nel quartiere di San Luca a Viterbo, ma soprattutto, nei verbali di polizia pontificia, "pregiudicato repubblicano" già dal 1849.

Proprio nella sua città però, dove visse e operò almeno fino al fatidico maggio 1860, di questo eroe popolare si è incredibilmente persa ogni memoria civica e istituzionale. Non una lapide non una via non una scuola gli sono dedicate. A Viterbo, di lui non resta traccia. Nemmeno un rigo nelle storie degli studiosi localisti.

Vittoria! vuol essere quindi, per via indiziaria e sentimentale, l'avventurosa e malinconica biografia di un fantasma, delle sue sconfitte e di quelle della nazione tutta. Con il Risorgimento locale riletto secondo una prospettiva identitaria di respiro nazionale.

Vittoria! è una performance di teatro-narrazione costruita a partire dagli esigui documenti d'archivio disponibili, fantasiosamente contaminati con altre fonti d'epoca (storiche e letterarie, fotografiche e pittoriche).

Gli spettacoli saranno accompagnati da un albo illustrato a fumetti, edito per i tipi Davide Ghaleb di Vetralla, che avrà valore di libretto di sala.


Davide Ghaleb Editore